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27 gennaio, Giorno della Memoria

Nel Giardino della Memoria il ricordo delle Vittime della Shoah. Tante le iniziative che coinvolgono i giovani e le scuole

Data:

25-01-2023

27 gennaio, Giorno della Memoria

Si è tenuta venerdì 27 gennaio alle 10, presso il Giardino della Memoria al civico 6 di Stradone Farnese, la cerimonia di commemorazione delle vittime della Shoah, nel 78° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz.

Nell'occasione, sono intervenute il prefetto Daniela Lupo, il presidente della Provincia Monica Patelli e il sindaco di Piacenza Katia Tarasconi.
Ai discorsi istituzionali è seguita la consegna delle medaglie d'onore concesse dal presidente della Repubblica ai cittadini italiani, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l'economia di guerra nell'ultimo conflitto mondiale.
Tre, quest'anno, le onorificenze alla memoria, assegnate in ricordo di tre militari: Giorgio Boselli, deportato dal 20 settembre 1943 al 20 giugno 1945 e internato a Linz Donau; Giulio Tinelli, deportato dal 27 settembre 1943 al 22 agosto 1945, internato in Germania; Paolo Zucchi, deportato sino al 1° giugno 1945 e internato anch'egli a Linz Donau.
Un momento di preghiera e benedizione è stato affidato a don Giuseppe Basini, vicario generale e parroco di Sant'Antonino.


Le altre iniziative in programma

Nella giornata di venerdì 27, numerose altre iniziative che prevedono il coinvolgimento delle scuole e della cittadinanza hanno il patrocinio o la collaborazione dell'Amministrazione comunale.
Con inizio alle 11.15, il Laboratorio Aperto del Carmine ospiterà le letture e performance artistico-musicali della scuola media Calvino, sul tema “Conoscere il passato per costruire il futuro”.
Nel corso della mattinata, nella cornice della chiesa di San Pietro, si terrà il concerto di musiche ebraiche che vedrà esibirsi il “Media Nicolini Choir” diretto dal Maestro Giorgio Ubaldi, unitamente a docenti e studenti del Conservatorio Nicolini: alle 10.30, con l'introduzione dell'assessore alle Politiche Giovanili Francesco Brianzi, in platea siederanno gli studenti della stessa scuola media, mentre alle 11.30 saranno tra il pubblico alcune classi del liceo Gioia.

Anche su iniziativa dell'associazione Fabbrica&Nuvole si susseguiranno diversi momenti di riflessione: dalle 18 alle 19, nelle vie del centro storico, con la performance di danza in “low movement” e dalle 10 alle 20, a intervalli regolari, con la diffusione di letture registrate dalla sede dell'associazione in via Roma 163.

Teatro Gioco Vita ha inserito, nell'ambito della rassegna di teatro scuola “Salt'in Banco”, due spettacoli a tema: nei giorni scorsi è andato in scena “Vuoto di memoria”, mentre giovedì 26 e venerdì 27, alle 9 e alle 10.45, sarà la volta di “Nonno Rosenstein nega tutto”, che vedrà la compagnia Genovese Beltramo protagonista nell'allestimento del testo di Marco Bosonetto.


Il discorso della sindaca Katia Tarasconi

“... ad Auschwitz tante persone, un solo grande silenzio...”. E davvero credo anch'io che non ci siano parole adeguate, sufficienti a contenere l'enormità, l'orrore che i campi di sterminio hanno rappresentato nella storia dell'umanità. Eppure bisogna alzarla, la voce, all'unisono: per esprimere ancora una volta lo sdegno, la commozione che toglie il fiato, l'impossibilità di comprendere e accettare la Shoah come mera conseguenza dell'estremismo politico o, come dicono gli esperti di teorie belliche, “danno collaterale” del conflitto.

No. L'ideologia razziale e persecutoria del nazifascismo fu ben altro e molto più di questo. Fu la deriva dell'uomo e della sua identità universale, la discesa verso un abisso di violenze pianificate con aberrante razionalità: perché, scrisse Hannah Arendt, “le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale”. E come lei Primo Levi: “I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere davvero pericolosi. Lo sono di più gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e obbedire senza discutere. Tutti devono sapere, o ricordare, che Hitler e Mussolini, quando parlavano pubblicamente, venivano creduti, applauditi, ammirati, adorati come dèi. Per questo, meditare su quanto è avvenuto è un dovere di tutti”.

A chiedercelo, interrogando le nostre coscienze di cittadini che credono nella pace e nella democrazia, nella libertà e nel rispetto, nella solidarietà e nel valore della memoria, sono i sei milioni di Ebrei brutalmente assassinati nel folle disegno della soluzione finale accanto a milioni tra civili e prigionieri sovietici, polacchi, slavi e oppositori al regime nei territori occupati, centinaia di migliaia tra persone disabili, Rom, Testimoni di Geova e omosessuali. Ce lo domandano le 800 mila vittime dei ghetti nelle città europee e delle rappresaglie armate lungo la spina dorsale del nostro Paese, le famiglie deportate come bestiame verso i lager, i partigiani e gli antifascisti che hanno animato la lotta per la Resistenza italiana.

Ci sprona a farlo, infine, l'amarezza che la senatrice Liliana Segre, destinataria di minacce sempre più pesanti, ha manifestato in questi giorni: “Quando uno vecchio come me, che ha visto prima l'orrore, arriva a sentire che si nega addirittura quel che è stato, la coscienza si sveglia. Dopo che sei stato silenzioso, ammalato, non capito, a un certo punto succede che si diventi pessimista. E che si ritenga che tra qualche anno, della Shoah, ci sarà una riga sui libri di storia. Poi nemmeno quella”. E' per questo, che la nostra presenza oggi ha un significato prezioso, nell'esprimere il senso più autentico della memoria intesa come impegno attivo e partecipe per il presente, come patrimonio collettivo da proteggere, come progetto orientato al futuro, eredità e guida affinché le generazioni a venire possano non smarrire mai la strada giusta.

Perché la tragedia immane dell'Olocausto – come si può leggere nella toccante testimonianza di Agnes Gertrude Wohl, sopravvissuta, a soli 11 anni, alle perquisizioni e alle fucilazioni di massa nelle strade di Budapest – “si ripete ogni volta che una persona muore a causa dell'odio o del pregiudizio altrui”. E' un'esortazione importante, questa, a non rimanere inerti di fronte al dolore del mondo, consapevoli di quanto peso l'indifferenza abbia avuto, trasformandosi in complicità, nel favorire l'ascesa del nazifascismo, l'incedere inarrestabile delle discriminazioni e la loro vorticosa, drammatica evoluzione verso il genocidio.

Risuona forte, allora, la denuncia del pastore protestante Martin Niemoller, nel riflettere sulle colpe collettive della società che permise tutto questo: “Prima vennero per i Comunisti e io non dissi niente, perché non ero comunista. Poi vennero per i Socialdemocratici e io non dissi niente, perché non ero Socialdemocratico. Vennero per i Sindacalisti ma io non dissi niente, perché non ero un sindacalista. Poi vennero per gli Ebrei e io non dissi niente, perché non ero ebreo. Infine vennero a prendere me. E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa”.

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Ultimo aggiornamento

28-01-2023 10:01