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Intitolazione area verde a Norma Cossetto: il discorso del Sindaco

12 febbraio 2021 - Intitolazione dell'area verde della Besurica a Norma Cossetto, il discorso del sindaco Patrizia Barbieri


Intitolazione dell’area verde di via Schippisi – via Marzioli a Norma Cossetto

Aveva solo 23 anni, Norma Cossetto, quando in una sera di fine settembre del 1943 un gruppo di partigiani titini irruppe nella casa della sua famiglia, a San Domenico di Visinada. Diciassette giorni prima, il generale Badoglio aveva reso nota la firma dell’Armistizio e di lì a poco si era aperta, nelle terre della Venezia Giulia, una stagione di brutale oppressione di cui sarebbero stati vittima, per la loro identità e le loro radici, migliaia di nostri connazionali.
Norma era una studentessa di Lettere e Filosofia all’Università di Padova, prossima alla laurea. Mentre le milizie slave razziavano e distruggevano ogni cosa tra quelle mura che l’avevano vista crescere, a infrangersi in quegli stessi istanti erano anche i suoi progetti per il futuro, i suoi sogni di giovane donna. L’indomani, infatti, gli uomini di Tito tornarono per prelevarla, conducendola nell'ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove le promisero la libertà e mansioni direttive se avesse accettato di unirsi al movimento partigiano, collaborando con il regime comunista.
Al suo deciso e orgoglioso rifiuto venne rilasciata, ma il giorno seguente fu arrestata di nuovo e rinchiusa nell’ex caserma della Guardia di Finanza, a Parenzo. Qui la videro, per l’ultima volta, la sorella Licia e il cugino Giuseppe, che ogni giorno in bicicletta raggiungevano il luogo della detenzione nella speranza di avere sue notizie. Quando uno dei carcerieri le permise di affacciarsi sulla soglia, le due ragazze scoppiarono a piangere e Giuseppe, che nelle pagine di un diario ha rievocato quegli istanti con commozione, scorse nella cugina “così magra, stanca, mal vestita, spettinata”, le tracce degli stenti, delle privazioni, dell’accanimento, senza poter immaginare che il vero martirio di Norma avrebbe avuto inizio di lì a poco, quando la trasferirono nel cuore dell’entroterra istriano ad Antignana.
Nelle aule della scuola locale, i prigionieri venivano percossi, ingiuriati, umiliati giorno dopo giorno. Norma fu ben presto separata dagli altri. Le corde la tenevano legata a un tavolo e qui fu costretta a subire l’atroce, disumana violenza, gli abusi e le torture di 17 aguzzini. Forse, in quella notte tra il 4 e il 5 ottobre del ’43, quando anche lei si incamminò a forza con gli altri detenuti – spinti, malmenati, derisi mentre procedevano a fatica, il fil di ferro a unirne il profilo e i destini – cercava di nuovo la vita. Ma ad attenderla c’era solo il ventre freddo della foiba di Villa Surani, dove fu gettata, come gli altri, mentre ancora respirava. Quando i Vigili del Fuoco di Pola si calarono nel buio di quella voragine, due mesi più tardi, la ritrovano senza abiti, supina su un cumulo di salme, le braccia ancora strette da quelle manette improvvisate. Il suo corpo violato, offeso, sfregiato divenne il simbolo di un orrore che a fatica poterono raccontare coloro che ne erano stati testimoni. A Giuseppe Cossetto, chiamato sul posto, fu chiesto di portare una pinza per recidere il fil di ferro che legava le mani a Norma e agli altri paesani: un ultimo gesto di pietà, compiuto con amore, che egli non avrebbe mai dimenticato.
“La nostra sola colpa – ha ribadito Licia Cossetto settant’anni più tardi, nella sua ultima allocuzione pubblica in memoria della sorella – era quella di essere e di voler restare italiani”. E fu proprio la “luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio”, la motivazione con cui il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi tributò, nel 2005, la Medaglia d’Oro al Valore Civile alla memoria di Norma. Solo pochi mesi prima, grazie all’istituzione ufficiale della Giornata del Ricordo che si celebra il 10 febbraio, si restituiva alla tragedia delle Foibe e dell’esodo giuliano-dalmata nel secondo Dopoguerra la dimensione di patrimonio collettivo della nostra storia, rendendo onore a tutti gli italiani uccisi, perseguitati e costretti a lasciare la propria terra d’origine.
Le drammatiche circostanze della prigionia e della morte di Norma Cossetto ne fanno ancora oggi il simbolo di questo percorso di immane sofferenza, che solo in anni recenti ha trovato il doveroso e unanime riconoscimento delle istituzioni e della politica. Intitolare a questa giovane donna, martire delle Foibe, uno spazio pubblico, frequentato da tante famiglie con i loro bambini, significa consegnare alle generazioni future gli insegnamenti più dolorosi e significativi del nostro passato. Con questa consapevolezza abbiamo accolto, insieme ai colleghi di Giunta, la richiesta avanzata dal Comitato che di Norma porta il nome: ringrazio i suoi componenti per la sensibilità e l’impegno con cui coltivano e difendono la verità su ciò che accadde in quegli anni, lungo il confine orientale del nostro Paese.
Dedicandole quest'area verde, nella condivisione della nostra comunità, rendiamo il nostro omaggio partecipe e sincero non solo a una vittima dell’odio anti italiano e del feroce disegno di egemonia del regime di Tito, ma ancor prima a una ragazza che ha subìto atti indicibili di violenza e sopraffazione, in un disegno di pulizia etnica e suprematismo nazionalista che troppe volte ha fatto e continua a fare, del corpo femminile, terreno di guerra, affrancando lo stupro come aberrante affermazione di potere.
Ed è perché mai più si debbano rivivere simili orrori, che dobbiamo trovare nella conoscenza del passato il coraggio di denunciare e combattere ogni forma di intolleranza, di violenza, di oppressione, condividendo l’impegno per una società più giusta, equa e pluralista, capace di dialogare nel presente e di identificarsi, con consapevolezza e rispetto, nella memoria condivisa della nostra storia.

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