Con
le sue architetture “blandamente noeo-romantiche”,
il complesso fu costruito tra il maggio
del 1892 e l’agosto del 1894, per attendere
alle norme che sancivano l’obbligo, per
tutte le città che superavano i 6000
abitanti, di costruire un macello per il mantenimento
del fabbisogno locale.
Il macello svolse
la propria attività fino
al 1985, quando fu chiuso perché ormai non
più in grado di far fronte alla crescente
necessità di carni da macellare.
Negli ultimi decenni la struttura è stata
adibita a deposito comunale e ha ospitato manifestazioni
e spettacoli di vario genere.
Il Comune di
Piacenza decise di affidare l’incarico
di progettare e realizzare il nuovo macello cittadino
all'ingegner Diofebo Negrotti, allora a capo dell'Ufficio
Tecnico.
Negrotti pensò di realizzare la nuova struttura
in una zona a sud della città, su una porzione
di area vasta circa 7200 metri quadrati, situata
tra via Scalabrini, lo Stradone Farnese, Cantone
Moroni e orti privati.
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La scelta
di questo luogo non era casuale, infatti riusciva
a soddisfare tutte le condizioni volute dallo Stato:
era distante dal centro abitato, al riparo dai
venti caldo-umidi, in maniera tale da impedire
il diffondersi di odori malsani e sgradevoli tra
le vie cittadine; dotata di una falda acquifera
sottostante, per lo smaltimento delle sostanze
di rifiuto prodotte durante il ciclo di macellazione;
vicina alla stazione ferroviaria, per facilitare
i trasporti sia degli animali vivi che arrivavano
a Piacenza, sia della carne macellata destinata
ad altre città.
Alla
fine dei lavori di costruzione, il nuovo macello
si trovava circondato da imponenti mura, che
avevano il compito di proteggere lo sguardo dei
passanti
dallo spettacolo della macellazione e che si
aprivano in un grande arco in stile neorinascimentale,
con
conci in bugnato e cornici aggettanti.
Dall’ingresso,
passando attraverso un lungo viale alberato, si
giungeva alla palazzina degli Uffici della Direzione,
un edificio a unico piano, dietro il quale erano
dislocati tutti i restanti locali che componevano
il complesso di Sant’Anna: le stalle, i macelli
dei singoli animali, i magazzini, l’alloggio
dello stalliere, il locale macchine che conteneva
tre grosse caldaie, accanto al quale venne eretta
l’imponente ciminiera che ancora oggi si
può ammirare, la tripperia e il letamaio.
Questi edifici presentano una certa affinità architettonica: hanno infatti
una struttura che ricorda il portico rurale grazie alla copertura a capanna,
mentre le murature sono realizzate con mattoni a vista e ritmate da lesene
verticali e semplici decorazioni.
Il complesso di Sant’Anna
subì nel corso degli anni alcune modifiche
nella dislocazione degli spazi e ampliamenti, tra
cui l'aggiunta delle celle frigorifere e dei magazzini
refrigeranti, progettati dall'ingegnere municipale
Giovanni Perreau e costruiti nel 1910.
Il macello fu chiuso nel 1985.
Grazie sia all’importante funzione economica
e industriale che il complesso aveva svolto per
la città di Piacenza durante la sua quasi
secolare attività, sia per la sua pregevole
struttura architettonica, nel 1989 fu sottoposto
a vincolo della Soprintendenza per i Beni Ambientali
e Architettonici dell’Emilia Romagna, in
quanto esempio illustre di archeologia industriale
di fine secolo.
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